| La festa grande è stata sempre
questa: “à feste d’auste” (il
ferragosto), la festa di S. Maria Patrona.
La festa grande si può dire cominci il primo
agosto, perché quella era la data in cui si scaricava
il materiale degli “apparatori”
in Piazza Duomo e s’incominciava ad impiantare
pali, a fasciarli di drappi colorati, ad inchiodarvi
su stendardi e stemmi, a tendere gli archi delle luminarie.
Non vi erano attrezzature efficienti e soprattutto maestranze
abili come quelle d’oggi che, in poco tempo, erano
capaci di addobbare e in altrettanto poco tempo, sgomberare.
Lo smantellamento, che ora avviene in una notte, allora
portava via quattro o cinque giornate e la festa veniva
su a poco a poco, la si vedeva costruire giorno per
giorno, per due buone settimane.
Si arrivava alla sera del 13 agosto e si era da tempo
già in un clima di festa. In questa giornata
venivano portate dalle varie chiese tante statue di
Santi fino al Duomo, perché dovevano accompagnare
la Patrona S. Maria durante la processione del 16.
Durante la processione solenne, che percorreva tutta
la città, in prima fila c’era la statua
della Patrona con gli stendardi delle varie arciconfraternite,
sotto il sole cocente di agosto, poiché allora
il rito si svolgeva nella tarda mattinata.
La statua della Patrona era scortata da quattro Angeli
e Arcangeli e si affacciava alle porte a benedire le
campagne e allora c’era una gara tra i vari rioni
di ogni Porta per salutare la Madonna con lo sparo di
petardi. Alla processione partecipava il Sindaco in
frac preceduto dal gonfalone del Comune portato dai
valletti in livrea.
Nel programma era previsto l’arrivo degli amministratori
che, da Palazzo Mozzagrugno giungevano in carrozza scoperta
fino alla porta del Duomo, salutati dalla banda comunale
con la solennità della Maria Reale. Chiudeva
la processione una lunga fila di carrozze padronali.
Verso le due del pomeriggio la processione rientrava
e c’è da supporre che anche la Patrona
che allora, oltre il ricco manto di adesso, portava
preziosi vestiti e sulla testa una pesante corona, godesse
al refrigerio delle ampie navate della Sua casa stupenda.
Dopo la processione, la gente si disperdeva per vie
e vicoli per raggiungere la propria casa dove l’attendeva
il tradizionale pranzo del ferragosto: trucchjele,
“kekozze longhe”,
gallucce k’u rau, un
bicchiere di robusto ribollito o di “cacc’e
mmitte” e per concludere una dolcissima
“sfugghjiatèlle”.
Caposaldo della festa erano sempre le bande: le bande
famose di un tempo, “d’a’
marine”, cioè della terra
di Bari.
Dopo la fine dell’esecuzione riprendeva “’u
strussce”, cioè l’andirivieni
tra Piazza Duomo e Piazza Umberto, ora Via Gramsci.
Lo struscio si svolgeva con due file di coppie, una
che andava e l’altra che tornava, le coppie erano
formate da coniugi, composte da “kafone”
e “furretane”,
in altre parole da donne di campagna, e a sera, tra
uno struscio e un pezzo di musica, era di rito lo “stracchino”
cioè il gelato.
Non tutti, però, sedevano al caffè, altri
ripiegavano sulle bancarelle: la bancarella del “’u
kupetare”, il venditore di torroni,
col sacco delle castagne infornate, con le collane delle
“nocelle” dette con vocabolo d’oscuro
etimo “’ndrite”,
con i cubi di “kupéte”,
specie di torrone appiccicoso.
Per i più piccini v’era sempre un giocattolino,
ma quanto di più semplice e di meno costoso vi
potesse essere: per le femminucce “’a
pupe”, una informe bambola, senza
braccia e senza gambe, tutta di un pezzo, in cartapesta
a cui davano voce, se la si agitava, tre o quattro sassolini
racchiusi all’interno; per i maschietti “ù
fressckètte”, un fischietto
di creta colorata a forma di cavalluccio.
E dopo la banda, il gelato, lo struscio, a chiusura
della festa i fuochi d’artificio. Una “Kalekasse”,
cioè un razzo rumoroso, era il preavviso. E allora
la folla si disperdeva, correva a casa ingoiando frettolosamente
un boccone, per prendere una sedia per poter assistere
con maggior comodità allo spettacolo dei fuochi.
La banda suonava per l’occasione “na
rucciulella”, vale a dire un’allegra,
ritmata marcetta dal tono campestre o militaresco.
Il fuoco aveva inizio con intervallate “Kalekasse”,
che via via s’infittivano fino a riempire il buio
della notte di fiocchi, di stelle, di spruzzi dai cento
colori e, mentre si spegneva l’ultimo mozzicone
di bengala e via via anche le insegne luminose, il “’u
kupetare” smobilitava la bancarella e l’inserviente
della banda raccoglieva sul palco leggii e partiture.
La povera gente, frastornata da tanto chiasso e con
i piedi indolenziti da tanto struscio, chiudeva al sonno
gli occhi ripieni ancora di tante luci e già
sognava la festa dell’anno venturo.
Autore: Enrico VENDITTI
Titolo: “VECCHIO FERRAGOSTO LUCERINO”
Edizione: Tipografia ENRICO CATAPANO
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