| Fino a pochi anni fa ogni famiglia
della provincia di Foggia e del capoluogo stesso si
organizzava per produrre “in proprio” (in
casa, in campagna, cioè in piccoli appezzamenti
di terreno di proprietà della famiglia o di amici),
con l’attrezzatura adeguata, il fabbisogno annuale
di salsa di pomodoro genuino, coltivato nelle campagne
della zona.
L’attuale organizzazione familiare -che si è
evoluta molto velocemente-, la struttura degli appartamenti,
il consumismo, il ritmo di vita stressante fanno sì
che molte famiglie rinuncino a questa antichissima tradizione
e che la salsa (passata, pelati, concentrato di pomodoro
ecc.) venga velocemente acquistata nelle strutture commerciali.
Ma sono ancora numerose le famiglie che “resistono”
alla globalizzazione e che continuano a produrre la
salsa secondo tradizione: ecco qui di seguito alcune
ricette tradizionali:
La salsa a bagnomaria (’A salze a bbaggnemarìje)
La provvista per l’inverno si faceva nel pieno
dell’estate (agosto, inizi di settembre), periodo
in cui i pomodori sono più maturi, più
buoni e producono una salsa dolce.
I pomodori, separati dai peduncoli e ben lavati, venivano
messi in un pentolone e lasciati cuocere; ogni tanto
si rimescolavano per non farli attaccare sul fondo e
per controllare la cottura, quando le bucce si rompevano
ed iniziavano a staccarsi dalla polpa i pomodori erano
pronti per essere scolati.
I pomodori cotti, presi con lo scolapasta, venivano
lasciati scolare in un recipiente forato.
La spremitura dei pomodori si faceva con una macchinetta,
avvitata ad un tavolino e fatta girare con una manovella;
oggi, per chi ancora continua a fare la passata casereccia,
questo lavoro è meno pesante perché la
macchinetta è elettrica. Durante la spremitura
in una pentola si raccoglieva la conserva e in un contenitore
le bucce, che venivano ripassate una volta o due per
spremere bene i pomodori, fino a quando non rimanevano
le bucce asciutte.
La salsa veniva imbottigliata con l’aggiunta di
sale e qualche foglia di basilico; in grossi bidoni
messi sui treppiedi venivano sistemate le bottiglie,
alternate da stracci vecchi, sacchi che erano messi
anche sul fondo per evitare la rottura delle bottiglie
durante l’ebollizione; poi si riempivano i bidoni
di acqua coprendo totalmente le bottiglie, si mettevano
su di esse ancora altri stracci. Acceso il fuoco si
portava l’acqua ad ebollizione e si cercava di
mantenere sempre la stessa temperatura per più
di mezz’ora; poi si spegneva e si attendeva che
l’acqua si raffreddasse.
La conserva (‘a kunzèrve)
Le nostre nonne facevano anche la conserva (concentrato
di pomodoro): dopo la spremitura la salsa veniva salata
e messa su tavole di legno o su grossi piatti di ceramica
a seccare al sole per alcuni giorni (se si era in campagna
si metteva al sole sull’aia, in paese era messa
sui balconi o addirittura nella strada davanti alle
porte). Bisognava rimestarla continuamente con un cucchiaio
di legno, specialmente quando cominciava a diventare
più densa per evitare che facesse la crosta.
Quando la salsa era molto densa e scura veniva conservata
ben pressata in piccoli vasi di terracotta coperta con
un filo d’olio, senza chiuderla ermeticamente;
veniva poi usata per insaporire la salsa.
I pomodori pelati
Si sceglievano pomodori maturi e ben sodi, poi ben lavati
si mettevano nell’acqua bollente per alcuni minuti,
finché la buccia si apriva, si scolavano e si
toglieva la buccia. Si mettevano nei vasetti di vetri
con qualche foglia di basilico e sale, si chiudevano
i barattoli ermeticamente e si facevano bollire, con
lo stesso procedimento della salsa a bagnomaria per
oltre mezz’ora e poi lasciati raffreddare nell’acqua.
Una variante dei pomodori pelati consisteva nel tagliare
a fettine (‘a pakke), dopo averli lavati, grossi
pomodori maturi, si salavano, si mettevano nei barattoli
di vetro (un tempo si mettevano nelle bottiglie di recupero,
era piuttosto difficile infilare i pezzi di pomodoro
nel collo di esse, ma ancora più difficile risultava
poi farli uscire dalla bottiglia quando si usavano per
preparare il pranzo) con qualche foglia di basilico
(‘u vasanekòle), pressandoli bene per eliminare
un po’ dell’acqua di vegetazione, poi si
sterilizzavano a bagnomaria e si portavano a temperatura
ambiente lasciandoli raffreddare nell’acqua.
I pomodori conservati in questo modo potevano essere
utilizzati per condire la pizza, oppure passati con
il passaverdura per avere anche in inverno la passata
fresca.
I pomodori da serbo (‘A nzèrte
de pembedòre)
Un tempo, quando in inverno non c’era la possibilità,
come oggi, di comprare i pomodori al supermercato o
dal fruttivendolo, perché gli ortaggi erano consumati
solo nel loro periodo di produzione naturale e non prodotti
in serre durante tutto l’anno o importati dall’estero,
c’era l’usanza di conservarli freschi appesi
in cantina, in soffitta, in luogo riparato e al fresco.
In piena estate, nel periodo di maggiore produzione,
si coglievano o si compravano alcune cassette di pomodori
autoctoni piccoli, polposi, con una buccia sottile,
a grappoli e non ancora del tutto maturi e con essi,
appendendoli ad un lungo spago, si formavano delle ghirlande.
I pomodorini, così appesi, maturavano pian piano,
duravano a lungo e venivano consumati per tutto l’inverno,
in sostituzione del prodotto fresco, per preparare le
bruschette e specialmente il pane e pomodoro (sbressciate
sòpe a ‘na bbèlle fèlle de
pane ke l’ugghje, ‘u rikene e nu pòke
de sale: spremuti su una bella fetta di pane casereccio
condita poi con olio, origano e un po’ di sale)
ecc.
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